TANTI PICCOLI REGNI INDIPENDENTI

La società maya era divisa in due grandi classi endogame, che non ammettevano, cioè, il matrimonio al loro esterno. La classe inferiore era formata da gente comune, artigiani poveri, schiavi; la classe superiore da nobili. All’interno di queste classi, il prestigio e la ricchezza potevano essere molto variabili; erano decisi dai rapporti di parentela, dai ruoli assunti dagli individui e dai conflitti che si sviluppano tra le famiglie. Così, allo strato sociale più elevato appartenevano anche i sacerdoti, gli amministratori dei complessi cerimoniali, gli architetti, gli scribi, i commercianti più ricchi ed i guerrieri appartenenti ai ranghi della nobiltà, e forse alcune categorie di artigiani particolarmente legati agli interessi dei governanti e delle loro famiglie. Al vertice della gerarchia sociale stavano l’halachunuic – il «vero capo», governante supremo della città con diritto ereditario – e la sua famiglia. La figura dell’ halachunuic era considerata una personificazione del sole e la sua vita e morte ne rappresentavano simbolicamente il ciclo astrale. A capo dei centri minori vi erano invece i batab, appartenenti a rami secondari delle famiglie nobili. Responsabili della periferia dei grandi stati regionali, i batab erano spesso coinvolti in conflitti e scontri armati di varia entità e dovevano frequentemente assumere in prima persona ruoli militari. I guerrieri, gli holcan, non usavano armi di metallo: portavano corazze in spessa pelle di tapiro imbottita di cotone e piccoli scudi rotondi. Erano armati soprattutto di coltelli, lance e fionde. Le città monumentali erano modelli del cosmo destinati a riprodurre su scala umana l’immensità delle creazioni divine. Quando il popolo, chiamato ad assistere ai rituali, confluiva nelle grandi piazze ai piedi dei templi e dei palazzi, diventava testimone dell’identificazione perpetua dei governanti con i creatori divini. I templi maya, spesso disposti in gruppi ideali di tre, riproducevano montagne sacre al cui interno vivevano le divinità e gli spiriti degli antenati. Le stele erette periodicamente nelle piazze simboleggiavano alberi cosmici, capaci di connettere gli spazi inferiori del cosmo con i cieli più lontani, mentre gli altari erano immagini del pianeta. Le città erano costituite da piramidi-tempio e da edifici residenziali, riccamente decorati con pitture e bassorilievi. Le piramidi erano affiancate dalle residenze dei sacerdoti e dei signori e contornate dalle grandi piazze e dai campi per il gioco rituale della palla. Le vie cittadine fiancheggiavano le scalinate in pietra ed i grandi terrazzi su cui sorgevano le costruzioni principali e si perdevano, alla periferia, in un intrico di viottoli. Attorno al centro monumentale viveva la grande massa dei contadini e dei piccoli artigiani che costituivano la base della società Maya. Le diverse famiglie vivevano in piccoli gruppi di capanne nei pressi dei terreni agricoli. Parte del raccolto veniva versato al sovrano come tributo in cambio della protezione che questi assicurava con le armi e con il contatto con le divinità e con gli antenati. Nelle loro capanne ovali, prima del sorgere del sole, le donne dovevano riattizzare le braci del focolare. Nell’angolo adibito a cucina, oltre al focolare, era sistemato il metate – la macina in pietra vulcanica usata per la lavorazione del mais – con il suo pestello o mano, alcune pentole e teglie in ceramica. Gli utensili includevano alcune lame in selce o ossidiana. Il giorno prima, il mais si metteva a macerare nella calce per ammorbidirlo: prima di schiacciarlo sulla macina bisognava scolarlo e risciacquarlo all’aperto, davanti alla casa. Le donne battevano il mais sino a farne un blocco pastoso, che veniva lasciato poi a riposare, protetto da foglie di banano, a lato del focolare. Con la pasta si confezionava una specie di frittella cotta su una speciale piastra in ceramica arroventata. Il pasto giornaliero comprendeva tortillas di mais condite con una salsa di legumi, rese più appetibili da abbondante peperoncino. Gli uomini, prima di colazione, recitavano le preghiere mattutine e compivano i piccoli riti necessari per ottenere ogni giorno il favore dei chaac, divinità della pioggia. Poi si avviavano ai loro campi e orti, piccoli appezzamenti strappati faticosamente col fuoco e l’ascia alla foresta dove coltivavano il mais, il cotone, i fagioli, la patata dolce o camote, le zucche, il peperoncino, i pomodori, l’avogado e la papaia. Se una buona parte dei terreni agricoli veniva bonificata e curata da famiglie di agricoltori in modo indipendente, a volte i governanti delle città mettevano in opera ambiziosi progetti di ingegneria idraulica oppure di terrazzamento delle alture cui tutti erano tenuti a collaborare. Questi sforzi collettivi, coordinati dalle sfere più alte della società maya, contribuivano sensibilmente allo sviluppo di una agricoltura ad alto rendimento, facilitata anche dalle frequenti rotazioni delle colture. Oltre alle incombenze dell’agricoltura, gli uomini praticavano la caccia e la pesca. Raccoglievano anche importanti piante ed essenze nella foresta e fabbricavano buona parte degli strumenti da lavoro. Molti abitanti dei villaggi erano abili artigiani, ma raramente, a quanto pare, si procuravano di che vivere solo con attività artigianali specializzate, come la lavorazione del legno, della ceramica, della giada o dell’ossidiana. Anche i bambini avevano il loro da fare. Innanzitutto, dovevano proteggere gli orti dalle incursioni degli animali selvatici; le bambine aiutavano le madri prendendosi cura dei fratelli più piccoli e con loro custodivano gli animali allevati a scopi alimentari: il tacchino, il cane, il colombo. Le donne si prendevano cura della capanna, lavavano panni e masserizie, raccoglievano la legna, pulivano i bambini , preparavano il pasto serale. A volte si recavano in apposite strutture dove si tesseva in comune, come prestazione dovuta ai templi o alle classi più evolute, recitando preghiere in onore della dea della luna. Quando gli uomini tornavano dai campi la cena doveva essere pronta: insieme alle tortillas, ai legumi ed alle verdure c’era un po’ di carne di piccione, delle uova, qualche patata dolce o delle noci.

I Maya erano rigorosamente monogami, fino ai 20 anni non erano ammessi contatti tra i sessi, e dopo il matrimonio esisteva la possibilità del divorzio, per l’uomo e la donna. I tratti somatici erano i seguenti: strabico, grasso, con orecchie e naso sproporzionati; il Maya bello era così. Per questo ai bambini venivano inflitte pratiche molto dolorose. Sulla fronte veniva posta una tavoletta per appiattire il cranio e sui capelli una pallina che, cadendo in mezzo agli occhi li costringeva a diventare strabici. I lobi delle orecchie erano perforati per inserire grandi dischi decorati, dai quali cadevano pendenti pesanti. Ma anche gli adulti si sottoponevano a toilette massacranti: tatuaggi fatti con affilatissimi denti di pesce, deformazioni delle narici, giade incastrate nei denti per avere un sorriso colorato e luccicante. Le donne intrecciavano i loro capelli con piume variopinte; i famosi tubicini nasali in oro – il cui uso era riservato ai capi – servivano per incastrarci altre penne nelle cerimonie più importanti; manti piumati e vistosi copricapi multicolore li accompagnavano in guerra, quando si dipingevano il corpo di rosso. Le loro stoffe, poi – tinte con le erbe della giungla e con i molluschi di cui si faceva gran commercio – erano broccati, tessuti ricamati ad ago, stampati, imbastiti, sfrangiati, talvolta già preparati con altre piume, più piccole, applicate a farli più belli e spettacolari. Altre piume – verdi, lunghe, ondeggianti – per le danze; o in mazzo per le tombe; o ben custodite, per usarle nei commerci come moneta di scambio. E l’uccello più bello della giungla, il quetzal, con la sua lunga coda azzurro elettrico cangiante in verde diventa sacro, e i luoghi dove nidifica o si abbevera, dove lo si può catturare per rubargli le piume e poi rimetterlo in libertà, veniva tramandati di padre in figlio.

NON CI RESTA CHE………
AUGURARVI BUON VIAGGIO !!!!!

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